Speciale B-movies: animali killer

In questo sito parlo sopratutto di libri. Ma se andate a spluciare un po’ di post (o anche nel menu delle categorie qui accanto), si nota che ogni tanto non posso esimermi da spendere qualche parola anche per i film. In questo caso specifico è da un po’ che ci penso, ed è venuto il momento di srotolare un pò di sana cultura B-movie. Voglio dedicare questo primo speciale (e forse ultimo?) a un genere che mi diverte molto e del quale seguo i vari passaggi in tv alle ore più assurde: gli animali killer. Si, lo so, non ve l’aspettavate. Sicuramente non rientrano nel gotha del cinema, né nei migliori film da vedere prima di morire, ma un po’ di cultura underground non può far male a nessuno.

Tutto iniziò da “King Kong“, 1933, ovviamente in bianco e nero. Nonostante gli effetti speciali che oggi ci sembrano ridicoli, ma che erano assolutamente rivoluzionari per l’epoca, e che donano un tocco romantico a questa pellicola, questo film ha un fascino che nessuno dei futuri remake avrà mai.  Il film comunque non si avvale solo di “trucchi” ma ha una storia ben articolata e che coinvolge dall’inizio alla fine. Una pietra miliare del cinema fantastico che ogni cultore di cinema ha l’obbligo di conoscere.

Ci fu poi “Gli uccelli“, 1963, regia di Alfred Hitchcock. Prima e inattesa incursione del maestro del giallo nei territori dell’horror, The birds racconta della rivolta, nel paesino costiero di Bodega Bay, di un incredibile numero di volatili (soprattutto merli e gabbiani), che senza nessun motivo apparente iniziano ad attaccare l’uomo. Prima di arrivare tuttavia all’esplosione di violenza che caratterizza l’ultima parte (con sorprendenti -per l’epoca- accenti splatter), Hitchcock ha modo di raccontarci la storia di Melanie (Tippi Hedren, madre di Melanie Griffith, che porta lo stesso nome del personaggio interpretato dall’attrice) che giunge a Bodega Bay per incontrare l’affascinate Mitch Brenner. E’ proprio con lei che iniziano gli attacchi degli uccelli, che verso metà film assumono scenari terrificanti, con paesaggi occupati da stormi di uccelli appollaiati ovunque. Nonostante alcune imperfezioni è notevole il lavoro di Hitchcock, che adatta l’omonimo romanzo di Daphne Du Maurier alle sue esigenze sceniche, confezionando un classico.

Una decina d’anno dopo venne “Lo squalo“, 1975, regia di Steven Spielberg, gigantesco successo al botteghino per un film che ha generato una sterminata serie di imitazioni. Ciò che rende quest’opera davvero speciale è il fatto che lo squalo non compaia praticamente mai se non verso la fine, ma che se ne percepisca psicologicamente e quasi fisicamente la presenza in ogni momento. Girato in maniera elegante, con una fotografia che lo rende indiscutibilmente attraente, suggestivo e inquietante, paga solo un paio di “spielbergate”, ovvero alcune forzature che potevano essere gestite un po’ meglio per rendere la storia maggiormente credibile. Non un capolavoro, ma sicuramente un film che entra di diritto nella storia del cinema. Una nota speciale va alla colonna sonora di John Williams, il cui tema resta uno dei più citati e ripresi di sempre.

Facciamo un salto di 15 anni per arrivare a “Tremors“, 1990, regia di Ron Underwood, raro esempio di B-movie che ha accontentato sia il pubblico sia la critica. La sua locandina rende omaggio proprio al sopracitato “Lo squalo”. Il regista crea mostri originali che colloca in un paesaggio inedito, il deserto del Nevada, senza spostarsi mai dalla minuscola cittadina di Providence, trasformandola nel set dell’assedio. I tremors sono serpentoni che viaggiano sottoterra; sono ciechi, ma vengono attirati dalle vibrazioni, e spuntano improvvisamente dal terreno permettendo di creare alcune sequenze di autentica suspence , sempre alla luce di un sole a picco. Sisi, ok, lo ammetto, sono di parte, e questo film l’ho visto un’infinità di volte. È una perfetta macchina che crea tensione e mistero ad ogni sequenza. Pur non essendo diverso nella sostanza da tanti film di genere fanta-horror la sua forza è nell’estrema coesione delle scene, che si susseguono con linearità. Ogni scarto narrativo è consequenziale ed in questo modo il film rimane fresco a tanti anni di distanza dalla sua comparsa nei cinema. Bellissima l’ambientazione, che diventa set ideale per l’assedio dei vermoni sotteranei.

Una menzione speciale va ad Aracnofobia, 1990, regia di Frank Marshall. Un film senza troppe pretese, ma realizzato con professionità e pulizia, avvalendosi di un cast di bravi attori che raggiunge lo scopo di intrattenere provocando qualche piacevole brivido, soprattutto a chi prova una certa avversione per i ragnetti (specie se grassi e pelosi). Nonostante il numero crescente di morti, prevale il tono ironico, come dimostra anche la scena finale. Forse troppo caricaturale, ma molto divertente, il disinfestatore John Goodman.

Tre anni dopo esce nelle sale cinematografiche il kolossal Jurassic Park, ruffiano giocattolone filmato da Steven Spielberg che ebbe un successo enorme, dando vita ad una vera e propria dinosauro-mania che si tradusse in diversi epigoni sul tema, oltre che in due seguiti .Visto all’epoca, lasciava il segno come pochi altri. Oggi è stato sicuramente ridimensionato ma resta un bel film, girato con maestria sfruttando una trama originale e con effetti speciali mai visti. Certo ci sono momenti di noia, ma questo è il film che ha tracciato il solco per la fantascienza Anni Novanta.

Veniamo alle prime note dolenti. Anaconda, 1990, regia di Luis Llosa. Il regista cerca di rinverdire i fasti del genere animale assassino, e in effetti dopo coccodrilli, squali, formiche, e addirittura conigli assassini (vedi “La terrificante notte dei conigli assassini”), un bel serpentone ci mancava. Realizzato secondo i canoni classici del monster-movie (prima qualche sparizione inspiegabile, un paio di falsi allarmi, poi l’attacco), nonostante il grande dispiego di mezzo e soldi, il film delude sotto molti aspetti, a  partire dagli effetti speciali che, da punto di forza, risultano l’elemento maggiormente ridicolo della pellicola. La stranota Jennifer Lopez ha il suo ruolo chiave come indossatrice della maglietta attillata. Sceneggiatura inesistente al servizio di una regia che altrettanto bene latita.

Iniziamo quindi con una sequela di film praticamente uguali tra loro a parte l’animale protagonista.
Bats, 1999, regia di Louis Mourneau. Come si evince dal titolo, questa volta parliamo di pipistrelli, ovviamente più grandi del normale, ovviamente manipolati geneticamente dai soliti geni militari a cui la situazione è uscita di mano, ovviamente contrastati dalla equipe di belli e buoni, con l’immancabile nero dalla battuta facile, il bello e coraggioso e la bellona. Se c’è un film capace di inglobare tutti, ma proprio tutti i luoghi comuni del genere, questo è Bats. Dispiace per i discreti effetti speciali e per i voli notturni ben ripresi, ma la regia è scolastica, gli attori mediocri e la sceneggiatura aberrante. Come sempre impresentabile l’apparato militare, ottuso oltre il verosimile e disposto a far fuori intere cittadine senza pensarci troppo.

Rats, il morso che uccide, 2002, regia di John Lafia. New York (e dove sennò), un attacco di ratti che, oltre a essere terribilmente numerosi e invadenti, hanno subito delle mutazioni genetiche che li rendono più forti. La trama è sempre la stessa di cui sopra: un’idea folle sfociante sempre nelle genetica che va ad incattivire gli animali, due baldi giovani (uno dei quali deve sempre essere, per regola, un esperto proprio su quel tipo di specie animale) prescelti per salvare la situazione, un esplosione finale e un doppio finale aperto ad un eventuale seguito che tanto non ci sarà (ma che ormai è diventato una costante per questo genere di pellicole).Deludente sotto ogni aspetto, dalla storia trita e ritrita, ai personaggi, al finale straprevedibile e quasi comico (vedi sequenza finale della piscina).

Api assassine, 2002, regia di Penelope Buitenhuis. Stessa storia. Per colpa di un vecchio ubriacone, ma soprattutto di ragazzotti “genialoidi”, viene liberato uno sciame di api assassine. La confezione sarebbe anche meno peggio di altre e il protagonista persino dignitoso, ma quando la sceneggiatura consta di un sindaco ottuso e di una fiera stagionale, gli attacchi delle api diventano fondamentali e qui sono penosetti.

Frankenfish, pesci mutanti, 2004, regia di Mark A.Z. Dippé. Anche col titolo si inizia a scadere nel ridicolo. Altri scienziati pazzi. Stavolta pesci mutanti, anche se, più che pesci mutanti, sembrano un incrocio tra un’enorme salamandra e un girino fuori misura. La pellicola non inizia male, con un povero pescatore mangiucchiato. Ma poi, per una trentina di minuti, a parte uno del posto portato via dalla creatura, che sembra avere il motore di un fuoribordo, non accade nulla, con i soliti tentativi di spiegazione scientifica e non solo (la maledizione). Poi, quando ricompaiono i pesci mutanti, calano le tenebre e si vede sempre meno. Un paio di buone scene, attori potabili ma, nel complesso, mediocre.

Locuste: l’ottava piaga, 2005, regia di Ian Gilmour. Questa volta l’ingegneria genetica fa una svirgola con le locuste, dando vita ad un filmetto di livello infimo, che non intrattiene e non spaventa. Al di là della sceneggiatura schematica e telefonata, dei personaggi anonimi e della ripetitività degli attacchi degli insetti, quello che azzera il potenziale del film è sono gli effetti visivi, davvero pessimi: insetti che sembrano disegnati sulla pellicola e sangue palesemente finto. Unica nota positiva l’attacco al luna park, che ha quel fascino perverso del so bad so good.

Snakes on a plane, 2006, regia di Davir R. Ellis. Che c’è in questo film? Lo dice il titolo: serpenti in un aereo. Nient’altro: non c’è storia, non ci sono personaggi, non c’è niente da ridere o di cui aver paura, ma pura esibizione di serpenti che mordono passeggeri. La situazione è talmente sciocca e artificiale da non coinvolgere manco un minuto. Certo, si punta su immagini choc, ma sono talmente arzigogolate da diventare stucchevoli dopo poco. Si intuisce il tentativo di intingere l’orrore e il catastrofico nell’ironia trash, ma il risultato è un guazzabuglio senza senso.

 

Viene da chiedersi per quanto ancora continuerà questo declino cinematografico di un genere che, già di per sè, non rientra nei canoni culturali per eccellenza.

(NDR) In questa mia digressione ho ovviamente omesso tutti i sequel dei vari film che, a parte qualche rara eccezione, sono peggiori del primogenito. Per King Kong abbiamo vari rifacimenti tutti omonimi: nel 1962, nel 1976 e l’ultimo del 2005 diretto da Peter Jackson. “Per “Lo squalo” abbiamo in ordine “Lo squalo 2” (1978), “Lo squalo 3D” (1983) e “Lo squalo 4 – La vendetta” (1987). Per “Tremors”: “Tremors 2 – Aftershocks” (1996), “Tremors 3 – Ritorno a Perfection” (2001) e “Tremors 4 – Agli inizi della leggenda” (2004). Per Jurassic Park abbiamo “Il mondo perduto” (1997) e “Jurassic Park III” (2001). Per “Anaconda”, “Anaconda, alla ricerca dell’orchidea maledetta” (2004) e “Anaconda 3 – La nuova stirpe” (2007). Per “Bats” abbiamo “Bats 2”. Per “Api assassine” non ci sono sequel, ma sulla stessa linea c’è “Sciame assassino” (2003), dove al posto delle api abbiamo vespe killer.

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  1. By Ele

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    • By Brina

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  2. By Phoebes

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  3. By Marcello

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