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La scimmia sulla schiena – William Burroughs

Non ci si sveglia un mattino decidendo di darsi alla droga. Occorrono almeno tre mesi di punture praticate due volte al giorno per scivolare nel vizio degli stupefacenti. E non sai realmente cosa sia la smania della droga fino a quando le assuefazioni non siano divenute numerose.

Burroughs, non è certo un personaggio qualsiasi: pecora nera di una famiglia benestante, tossicomane nei suoi libri – molti dei quali semi-autobiografici – come nella vita, rapinatore e spacciatore per mantenere il vizio, ricoverato in un ospedale psichiatrico in seguito all’auto-amputazione dell’ultima falange di un dito, nonostante fosse omosessuale si sposò due volte, uccidendo poi la seconda moglie in quello che pare sia stato un incidente mentre, entrambi ubriachi, tentavano di reinterpretare una scena del Guglielmo Tell.

Pubblicato nel 1953 con il titolo originale di Junkie (in slang americano il termine che si riferisce ai tossicodipendenti) La scimmia sulla schiena è il libro di esordio di Burroughs, considerato uno dei padri della “beat generation“, amico ed ispiratore di alcuni tra i più importanti ed influenti scrittori degli anni ’50 e ’60 americani come Jack Kerouac, Henry Miller e Allen Ginsberg.

E’ uno sguardo lucido, freddo, dannatamente scientifico sul mondo della tossicodipendenza: eroina, codeina, morfina, marijuana (la droga degli hipster), la microcriminalità legata allo spaccio e al consumo, le bettole in cui incontrare spacciatori e “invertiti”, gli studi medici in cui procurarsi le ricette per la morfina, e, soprattutto, i devastanti effetti dell’astinenza, ovvero la scimmia che dà il nome al libro.
Un mondo in cui la droga non è divertimento e neanche bisogno di fuga, ma uno stato dell’essere, uno stile di vita a cui non c’è scampo.

La droga è un’equazione cellulare che insegna al tossicomane verità di validità generale. Io ho imparato molto dalla droga: ho veduto la vita misurata in pompette contagocce di morfina in soluzione.

Il suo è un racconto personale ma allo stesso tempo un chiaro sguardo sui bassifondi dell’America degli anni ’50,  sugli emarginati di una società che stava iniziando ad uscire dal guscio della guerra e del proibizionismo.

Burroughs dichiarò di aver scritto quel libro per “trovarsi qualcosa da fare ogni giorno” mentre cercava di reagire alla perdita di Joan, la moglie uccisa. Se questo sia vero o no, non lo sappiamo, ma pare che in realtà a quel tempo il libro fosse già stato inviato ad alcuni editori.
Certo è che tra le pagine del libro traspare un certo non detto, un tono quasi contrito, eccessivamente casto, fastidiosamente tecnico, come se in qualche modo l’autore si volesse giustificare con sè stesso e con il mondo o quantomeno dare a intendere che certe cose sono capitate e basta.

la scimmia sulla schiena copertina

Si scivola nel vizio degli stupefacenti perchè non si hanno forti movimenti in nessun’altra direzione. La droga trionfa per difetto.

Questo non toglie però che, nel bene e nel male, La scimmia sulla schiena rimanga uno dei simboli della generazione americana del dopoguerra, così preciso da essere quasi inconcludente, pesante a volte, spesso sgradevolmente povero di sentimento, ma di una lucidità devastante.

Oltre il libro

Se siete interessati a scendere nei meandri della vita di Burroughs e dell’accusa di uxoricidio, QUI c’è un bell’articolo molto dettagliato.

Frasi dal libro

Sul suo viso si leggevano i segni d’una battaglia eternamente perduta. (pag. 38)

L’intossicato misura il suo tempo con la droga. Quando viene privato della droga, l’orologio si scarica e si ferma. Egli non può fare altro che rassegnarsi e aspettare che ricominci a scorrere il tempo senza droga. L’intossicato in preda al malessere della mancanza di droga, non ha scampo dal tempo esteriore, non ha luogo in cui rifugiarsi. Può soltanto aspettare. (pag. 95)

Giacqui su una stretta panca di legno voltandomi da una parte all’altra. Il mio corpo era come scorticato, guizzante, tumefatto, le carni raggelate dalla droga in preda a un disgelo straziante. (pag. 102)

Se la droga scomparisse dal mondo, rimarrebbero ancora intossicati in piedi nei paraggi di un quartiere della droga, a sentirne la mancanza in modo vago e persistente, un pallido spettro del malessere. (pag. 124)

Il segnalibro

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Top-qualcosa 2020

In questo anno complicato posso dire, e per una volta davvero a ragione, che la lettura mi abbia salvata. Non amo molto fare le classifiche ma credo che i libri che si sono ritagliati un posticino nel mio cuore meritino un post speciale. Quindi ecco, in ordine quasi del tutto ma non completamente casuale, la top-qualcosa dei libri che ho amato di più nel 2020!

Mercedes – Daniel Cuello

mercedes daniel cuello cover

Mercedes di Daniel Cuello, perché Cuello è una personcina adorabile e anche i suoi personaggi più malvagi, alla fin fine, sono adorabili anche loro.

Mercedes è un idolo indiscusso, una memorabile antieroina cinica, arrogante, inarrestabile, sboccata e massiccia quanto la sua improbabile cofana di capelli rossi. Cuello lavora di cesello, dà forma a personaggi spigolosi ma tridimensionali nella loro deplorevole umanità, gioca sul non detto e su livelli di lettura diversi, crea piani sequenza che sembrano film.⠀

Ne ho parlato su Instagram QUI

Il ragazzo in soffitta – Pupi Avati

il ragazzo in soffitta

Il ragazzo in soffitta di Pupi Avati, perché mi ha insegnato che i mostri non sono sempre quelli con la faccia da mostro e, a volte, abbiamo paura delle cose sbagliate.

Il ragazzo in soffitta è un noir che parla di amicizia, di vendetta e delle umane debolezze. L’alternanza delle due storie crea una montagna russa di emozioni, un ritmo incalzante che non permette di scollarsi dalle pagine.

Ne avevo parlato su Instagram QUI

Women of Weird – AA. VV.

Women of weird perché è un progetto dannatamente bello e non c’è un solo racconto che non meriti di essere letto.

In questa raccolta di racconti weird potrete trovare sinistre entità che perseguitano il genere umano, pianeti abitati da esseri misteriosi, giochi che sconvolgono la vita di chi li porta a casa, antichi culti, paesi in cui si attuano punizioni esemplari e perfino unicorni. La grande forza di questa antologia è proprio la varietà. Ogni racconto è una sorpresa, un adrenalinico salto nel vuoto, un piccolo scrigno che potrebbe contenere meraviglie o orrori.

Ne ho parlato QUI.

Il complotto contro l’America – Philip Roth

il complotto contro l'america cover

Il complotto contro l’America di Philip Roth, perché è stato il mio primo Roth, ne avevo dannatamente paura e invece si è rivelata una bellissima e agghiacciante ucronia.

Quella di Roth è una scrittura densa, che va masticata e assaporata lentamente. E’ una narrazione lenta e fatta di continue digressioni, che come in un puzzle vanno a formare, mano a mano, un quadro ampio e splendidamente strutturato. E’ una storia che parla di quanto possa essere labile la democrazia anche nello stato più democratico del mondo, ma è anche il percorso di crescita e di formazione di un bambino che si ritrova ad avere a che fare con le paure di un mondo che non comprende e di una situazione molto più grande di lui.

Ne ho parlato QUI.

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri – Daniele Germani

come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri di Daniele Germani, perché ci sono inciampata dentro e le storie di triste follia meritano sempre di essere raccontate.

Con una scrittura poetica ed evocativa, Daniele Germani ci regala questo libro tanto breve quanto intenso. Un percorso doloroso attraverso i cunicoli della mente umana, un racconto che apre moltissime domande che, in questo caso, contano molto più delle risposte.

Ne ho parlato QUI.

Anni Luce – Andrea Pomella

anni luce pomella cover

Anni Luce di Andrea Pomella, perché quell’urgenza di capire chi siamo, di mordere il mondo, di precipitare nel baratro e pensare di salvarsi attraverso la musica ce l’abbiamo avuta tutti.

Questo è un libro nato da un figlio della generazione X, il disilluso racconto di un uomo ormai adulto che guarda, col senno di poi ma anche con non celata nostalgia, a quegli anni quasi liquidi fatti di alcool, droga, amicizie sbandate e musica.
E’ un romanzo che probabilmente trova nel suo più grosso pregio anche il suo più grande difetto: è un romanzo generazionale, figlio di un’epoca che se non la si è vissuta, almeno in parte, forse non si può comprendere del tutto.

Ne ho parlato QUI.

Battle Royale – Koushun Takami

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Battle Royale di Koushun Takami, perché è cattivo fino all’osso. Non ha nessun insegnamento da dare, ci sono solo sangue e terrore come solo i migliori giapponesi sanno regalare.

Prendi Il signore delle mosche, Hunger Games, Fortnite e butta via tutto (no vabhè, il Signore delle mosche magari tienilo). Battle Royale è una bomba che ti esplode in piena faccia, un capolavoro del pulp che, dopo essere stato rifiutato da svariati editori e premi letterari, è divenuto in Giappone il libro più venduto di tutti i tempi, ispirando manga, film e videogiochi.

Ne avevo parlato QUI.

King Kong Theory – Virginie Despentes

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King Kong theory di Virginie Despentes, perché Despentes affronta argomenti delicatissimi, come il patriarcato, lo stupro e la prostituzione con una lingua ruvida come quella di un gatto.

Un testo cruciale per molti aspetti, il primo saggio pubblicato dall’autrice, è un moderno manifesto femminista che devasta l’ordine sociale contemporaneo nel quale i corpi delle donne sono a disposizione degli uomini.

Il giovane Holden – J. D. Salinger

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Il giovane Holden di J. D. Salinger, perché è irritante e indisponente e confuso e dannatamente fragile. E io me lo ricordo come ci si sente.

Eccolo qui il giovane Holden, in piedi sul confine tra l’adolescenza e l’età adulta. Un ragazzino irritante, presuntuoso, indisponente, spocchioso. Ma anche, e soprattutto, confuso, fragile, spaventato, a volte depresso “e via dicendo”.
Cacciato dall’ennesima scuola e in attesa di tornare a casa, dove lo aspetta la ramanzina del padre, ma forse anche dei dolorosi ricordi, si aggira in una New York fumosa e affollata nella quale, però, sembra così dannatamente solo.

Ne ho parlato QUI.

Karoo – Steve Tesich

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Karoo di Steve Tesich, perché è l’amaro specchio di una realtà che si sgretola per far posto alla finzione.

Saul Karoo è una persona detestabile. Ricco, sovrappeso, intelligente, si finge il fantastico padre di un figlio che però continua ad evitare.
Saul Karoo recita, recita la parte di se stesso per come lo vedono gli altri. Recita e per recitare è necessario un pubblico, quindi è incapace di una vita privata. Recita anche adesso che, per colpa di una strana sindrome, nonostante ingurgiti quantità ciclopiche di alcool non riesce più ad ubriacarsi. Ma il suo personaggio è quello del cinico ubriacone, e quindi si finge tale per non deludere il suo pubblico.

Ne ho parlato QUI

L’orda del vento – Alain Damasio

l'orda del vento copertina

L’orda del vento di Alain Damasio, perché l’autore è un asceta folle e perché è la cosa più bella che ho letto quest’anno e, probabilmente, tra quelle più belle della mia vita. Non è un libro, è un’esperienza fisica che mi ha strappato il cuore e mi ha fatta arrancare controvento trepidando e gioendo e piangendo ed è esattamente quello che un libro dovrebbe fare.

L’orda del vento è un romanzo corale che parte con “arroganza”, a cominciare dalla numerazione delle pagine, che va alla rovescia (da 624 a 0), alla sua prima pagina, in cui le parole sono spezzate come se fossero spazzate via dal vento, fino alle voci dei 23 personaggi, che si alternano identificate ciascuna solo da un simbolo. Si viene catapultati nel mezzo dell’azione e in un mondo altro, dominato dalle sue regole e da un linguaggio che all’inizio risulta ostico e in parte apparentemente privo di significato, ma che man mano che si va avanti nella lettura diviene familiare, come se il lettore stesso si tramutasse, piano piano, nel ventiquattresimo membro dell’orda.

Ne ho parlato QUI


Sono curiosa di sapere qual è stata la vostra miglior lettura del 2020! Fatemelo sapere nei commenti!

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William Burroughs

William Burroughs
William Seward Burroughs, il “drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia“, lo sperimentatore di ogni sostanza stupefacente esistente sulla faccia della terra, il padre spirituale riconosciuto della beat generation, nasce il 5 febbraio 1914 a St. Louis, Missouri.
Personaggio chiave della beat generation, è stato uno degli scrittori più originali della controcultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta, e un’icona hippy per la condotta fuori da ogni regola.

Cominciò a scrivere già in età adolescenziale e prima dei trent’anni finì preda della droga, avvicinandosi con la sua vita sregolata alla Beat Generation e stringendo una forte amicizia con Jack Kerouac.

Dopo il primo successo con il romanzo semi-autobiografico La scimmia sulla schiena, nel 1959 pubblicò il suo capolavoro, Pasto Nudo, incentrato sul controllo delle menti esercitato dallo Stato. Oltre a 18 romanzi, scrisse sei raccolte di prose, tra cui il racconto fantascientifico “Blade Runner, un film”, che ispirò nel titolo il celebre film di Ridley Scott nel 1982.

Libri recensiti dell’autore:

  1. La scimmia sulla schiena – William Burroughs
  • Genere: ,
  • Titolo originale: Junkie
  • Lingua originale: Inglese
  • Anno pubblicazione: 1953 (prima ed. italiana 1962)
  • Isbn: 9788817106191
  • Casa editrice: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Traduttore: Bruno Oddera
  • Pagine: 252
Di origine ed educazione altoborghese, nevrotico, tossicomane e tossicologo, accusato di uxoricidio, di uso e spaccio di droghe, William Burroughs, capostipite della beat generation, si differenzia dagli altri scrittori dediti agli stupefacenti per la fredda, impassibile obiettività scientifica con cui descrive gli effetti delle varie droghe, dalla morfina allo yagè, che favorisce i fenomeni telepatici. "La scimmia sulla schiena" riflette queste sue esperienze con un linguaggio di crudele precisione e colloca il suo autore, anarchico e "immoralista", nel grande filone di denuncia e di protesta.

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