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Le intermittenze della morte – José Saramago

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Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.

–incipit

Come fai a dire che un Premio Nobel per la letteratura non ti è piaciuto? Prima che tuoni e fulmini scendano su di me, dirò che tra me e Saramago non è scoccata la scintilla, o, per citare il buon David Foster Wallace, che Saramago è una cosa divertente che (probabilmente) non farò mai più.

E’ la prima volta che mi confronto con questo autore e devo dire -stavolta con seria cognizione di causa- che è uno di quelli, spesso nominati a sproposito, che o lo ami o, passata pagina 30, vieni preso dall’irresistibile desiderio di lanciare dalla finestra (il libro eh, non l’autore, sia mai!).

Il sogno di liberarsi della morte, di sconfiggere per sempre la triste mietritrice appartiene al genere umano dall’alba dei tempi. Ma cosa succederebbe se un giorno la morte decidesse davvero di entrare in sciopero? Saramago usa un’idea secondo me non nuovissima (Il Tristo Mietitore di Terry Pratchett, pubblicato ben 14 anni prima, narra in maniera molto ironica di una morte che viene licenziata) per guidarci in un delirio socio-burocratico fatto di Onoranze Funebri sull’orlo del fallimento, di una Chiesa che, ormai privata della sua principale leva teologica, rischia di diventare inutile (niente morte, niente promesse di aldilà nè di resurrezione) e di una Maphia, quella col ph, subito pronta a creare nuovi business lucrativi.

Se fosse finita la morte non ci sarebbe potuta essere resurrezione, e se non ci fosse stata resurrezione, allora non avrebbe avuto senso che ci fosse una chiesa. Le religioni, tutte le religioni, per quanto le si rigiri, non hanno altra giustificazione di esistere all’infuori della morte

Questo libro, pregno si riflessioni interessanti e profonde, è un’intrigante metafora sociologica contemporanea, che ci offre nel contempo una visione diversa sulla figura della morte, una morte con la M minuscola (l’altra, quella con la maiuscola, guai a nominarla), quasi teneramente fragile nella sua solitaria esistenze accompagnata solo da una muta falce, compagna del genere umano da sempre eppure così distante da tutto.

Ma, perchè ci doveva essere un Ma (e stavolta con la M maiuscola), quella de “Le intermittenze della morte” è una lettura che definirei non complessa, quanto, piuttosto, estremamente faticosa. Lo stile di Saramango, che ho poi scoperto essere uno dei suoi tratti distintivi, è costruito e stratificato fino all’iperbole, è volutamente reso ostico e contorto (e l’autore non ne fa mistero), fino a prendere prepotentemente il sopravvento su tutto il resto.

I periodi sono lunghissimi, girandole di subordinate capaci di arrotolarsi e srotolarsi in triplici salti carpiati. La punteggiatura è quasi inesistente, i dialoghi sono in linea con il testo e non sono segnalati che da una lettera maiuscola: niente virgolette, niente a capo, niente divisione tra i botta e risposta. Le pagine sono titanici muri di parole in cui è estremamente facile perdersi. Il tutto mi ha dato il fastidioso senso di un artificioso esercizio di stile che ha reso tediosa e piena di inutili ostacoli una storia che avrebbe potuto invece offrire degli spunti interessanti.

Mi è stato detto che “Le intermittenze della morte” non sia il testo migliore con cui iniziare a fare la conoscenza di questo autore (consigliandomi invece Cecità), ma sta di fatto che Saramago mi ha irretita nel suo labirinto lessicale, mi ha ficcata nel fisico e nel morale e persino apertamente canzonata. Leggere questo libro è stato come scartare un regalo impacchettato in troppe scatole che alla fine mi sono stufata di aprire.

Lungi da me però volerlo sconsigliare, del resto lui è un premio Nobel e io sono solo una lettrice con un gatto. Le opinioni, come al solito, sono assolutamente personali e mai come in questo caso ne ho sentite di più disparate, dall’osanna alla stroncatura totale. Ci tengo però ad avvisare il possibile futuro lettore che, al contrario di quello che dice la quarta di copertina, questo non è affatto un libro leggero ed ironico, e che, seppur nella sua brevità, necessita di un constante e vigile livello di concentrazione.

Per chi invece lo ha già letto, sono aperta al dialogo e curiosa di conoscere la vostra esperienza con questo particolarissimo autore!

Frasi dal libro

Perchè ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei. (pag. 67)

Su di noi, la morte conosce tutto, e forse è per questo che è triste. Se è vero che non sorride mai, è solo perché le mancano le labbra, e questa lezione di anatomia ci dice che, al contrario di ciò che ritengono i vivi, il sorriso non è una questione di denti. C’è chi dice, con umorismo più di cattivo gusto che macabro, che la morte abbia affibbiato una specie di sorriso permanente, ma questo non è vero, ciò che offre alla vista è piuttosto una smorfia di sofferenza, perché il ricordo del tempo in cui aveva una bocca, e la bocca aveva una lingua, e la lingua aveva saliva, la perseguita continuamente. (pag.133)

Il segnalibro

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José Saramago

José de Sousa Saramago è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta, critico letterario e traduttore portoghese, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998.
Costretto a interrompere gli studi secondari fece varie esperienze di lavoro prima di approdare al giornalismo che ha esercitato con successo su vari quotidiani. Dopo il romanzo giovanile Terra e due libri di poesia caratterizzati da una forte sensibilità ritmico-lessicale, si è rivelato acquistando fama internazionale con un’originale produzione narrativa in cui rielaborazione storica e immaginazione mistica e allegorica, realtà e finzione si mescolano in un linguaggio tendenzialmente poetico e vicino ai modi della narrazione orale.

Riconosciuto come uno degli autori più significativi del Novecento, la sua produzione spazia dalla poesia al romanzo, dal teatro La seconda volta di Francesco d’Assisi e Nomine Dei ai racconti storici. 
Intellettuale raffinato e impegnato, ha spesso fatto discutere per i suoi racconti dissacranti che colpiscono al cuore i mali della nostra società. 
Nel 1998 l’Accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura premiando le sue qualità di scrittore ma anche l’uomo delle battaglie civili. 

Le parole sono l’unica cosa immortale: quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.

Libri recensiti dell’autore

  1. Le intermittenze della morte – José Saramago

  • Genere:
  • Titolo originale: As intermitências da morte
  • Lingua originale: Portoghese
  • Anno pubblicazione: 2005
  • Premio: Premio Nobel per la Letteratura
  • Isbn: 9788807881350
  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Traduttore: Rita Desti
  • Pagine: 224
Un paese senza nome, 31 dicembre, scocca la mezzanotte. E arriva l'eternità, nella forma più semplice e quindi più inaspettata: nessuno muore più. La gioia è grande, la massima angoscia dell'umanità sembra sgominata per sempre. Ma non è tutto così semplice: chi sulla morte faceva affari per esempio perde la sua fonte di reddito. E cosa ne sarà della chiesa, ora che non c'è più uno spauracchio e non serve più nessuna resurrezione? I problemi, come si vede, sono tanti e complessi. Ma la morte, con fattezze di donna, segue i suoi imprendibili ragionamenti: dopo sette mesi annuncia, con una lettera scritta a mano, affidata a una busta viola e diretta ai media, che sta per riprendere il suo usuale lavoro, fedele all'impegno di rinnovamento dell'umanità che la vede da sempre protagonista. Da lì in poi le lettere viola partono con cadenza regolare e raggiungono i loro sfortunati (o fortunati?) destinatari, che tornano a morire come si conviene. Ma un violoncellista, dopo che la lettera a lui indirizzata è stata rinviata al mittente per tre volte, costringe la morte a bussare alla sua porta per consegnarla di persona.

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